Dedalo incarna nella mitologia greca la figura dell'artefice per antonomasia, il corrispondente in chiave eroica di Efesto, il dio fabbro. Gli si attribuisce una serie di mirabili creazioni, come indica, meglio di qualsiasi elemento delle leggende fiorite intorno al personaggio, la sua stessa denominazione: daìdalos significa infatti «artisticamente lavorato» (cfr. ad es. Il. V 60) e si riconnette al verbo daìdallo «foggiare con arte», sicché già sulla base di questa semplice evidenza linguistica si viene a porre il problema della storicità dell'eroe-artista o piuttosto della sua interpretabilità in chiave di trasfigurazione mitologica dell'abilità artistica ai più alti livelli.

Dedalo ebbe come patria l'Attica, ove si trovava il demo Daidalìdai di cui l'eroe è considerato eponimo; più tormentata è la genealogia, nella quale le diverse fonti aggiungono di continuo varianti che hanno ora lo scopo di rivedere la cronologia della saga dedalica per renderla compatibile con vicende o personaggi che si vengono nel tempo ad incrociare con essa, ora quello di introdurvi figure originariamente non presenti. Il mito di D., infatti, viene a seconda della versioni a sostanziarsi di quelli di Minosse, di Pasifae, del Minotauro, di Teseo e Arianna, di Icaro etc., dal che appare naturale pensare ad un certo rimodellamento della vicenda centrale a mezzo di aggiunte successive non sempre facilmente isolabili dal nucleo originario. Sembra in ogni caso sicuro in base alla testimonianza delle fonti che l'eroe appartenesse alla famiglia di Eretteo, mitico re di Atene. Da questa città fu tuttavia costretto a fuggire per avere ucciso il nipote Talo, del quale invidiava l'abilità e l'ingegno. Riparò allora a Creta, ove trovò la favorevole accoglienza di Minosse, re dell'isola (la sua presenza in questa regione è nota anche ad Omero, che in Il. XVIII 590 ss., descrivendo le nuove armi di Achille fabbricate da Efesto, introduce l'ekfrasiv di uno scudo mirabilmente intarsiato, in un settore del quale trova raffigurazione un episodio che vede per l'appunto protagonista l'eroe attico ed Arianna, figlia di Minosse): qui D. costruì il labirinto, scolpì una statua ritraente Britomarte, creò la vacca lignea nella quale si nascose Pasifae per unirsi al toro bianco inviato da Posidone e fornì ad Arianna il filo grazie al quale Teseo riuscì ad orientarsi nel labirinto. Rinchiuso in prigione da Minosse, sdegnato per l'aiuto prestato a Pasifae o, secondo un altra versione, ad Arianna e Teseo, D. fu costretto ancora una volta alla fuga: costruite delle ali con penne tenute unite da cera, volò via da Creta insieme al figlio Icaro, che tuttavia precipitò in mare per essersi avvicinato troppo al sole, il cui calore sciolse la cera delle sue ali.

D. giunse così in Sicilia, ove trovò ospitalità a Camico presso il re Cocalo. Minosse tuttavia, desideroso di vendetta, riuscì a scoprire la sua presenza nell'isola, ma fu ucciso con l'inganno dalle figlie del sovrano locale, delle quali nel frattempo l'eroe aveva conquistato la simpatia e la benevolenza con le sue mirabili creazioni artistiche. In questa nuova terra D. costruì un canale per convogliare al mare le acque del fiume Alabone, dei bagni a Selinunte, una terrazza per il tempio di Afrodite Ericina, una fortezza nei pressi di Agrigento.

Oltre che protagonista di queste come di altre vicende minori, D. viene dipinto dalla tradizione nei panni dell'inventore di arnesi per la falegnameria e di strumenti per la navigazione, in quelli dell'artefice abile nella lavorazione dei metalli preziosi, e ancora in quelli dell'autore di statue lignee che ritraevano i personaggi con gli occhi aperti e le braccia e le gambe nell'atto del movimento, mentre più anticamente era consuetudine una rappresentazione della figura umana con i piedi uniti e le braccia aderenti al tronco, dunque in atteggiamento statico.

 

   
  È evidente da queste brevi note come il mito di Dedalo sia estremamente composito, con alcuni elementi che rimandano ad àmbito cretese, altri ad àmbito attico ed altri ancora ad àmbito dorico, così come è evidente la concentrazione nel personaggio di abilità che ne rendono via via più complessa la figura: originariamente, infatti, Dedalo appare quale rappresentante mitico dell'arcaico artigianato artistico, poi a questo tratto si affianca - secondo alcuni non prima del VI sec. a.C. - quello dello scultore raffinato, infine quello dell'architetto autore di costruzioni particolarmente grandiose o complicate (e la cronologia relativamente recente di quest'ultima attribuzione potrebbe essere anche dedotta dal fatto che per essa il nome dell'eroe non offre alcun appiglio). La rappresentazione di Dedalo nelle vesti dell'architetto prototipico, in particolare, appare legata con maggiore intensità ad un preciso àmbito geografico, corrispondente alla Sicilia ed all'Italia meridionale, ed è per l'appunto con questa precisa caratterizzazione che l'eroe attico sbarca in Sardegna.

Secondo la narrazione di Pausania (X 17, 4; cfr. anche Sallustio, Hist. II, frr.6-7), che riferisce una notizia attinta da una fonte imprecisata («alcuni credono...»), Dedalo sarebbe giunto in Sardegna proveniente da Camico al sèguito di Aristeo, ma il periegeta si affretta ad aggiungere che la cosa è priva di senso, poiché Aristeo, secondo la cronologia mitica, visse parecchio tempo prima di Dedalo (più precisamente, si è presunta per il primo un'attribuzione al XV sec. a.C., per il secondo una ai primi decenni del XIII). Secondo un'altra tradizione (cfr. Diod. Sic. IV 30, 1; parzialmente coincidente la testimonianza dell'anonimo autore del De mirabilibus auscultationibus 100, secondo il quale, però, la costruzione delle tholoi è da attribuire direttamente a Iolao), Dedalo sarebbe giunto in Sardegna chiamatovi da Iolao, e nell'isola avrebbe edificato erga polla megala («numerose e grandi opere») chiamate Daidaleia secondo il nome del costruttore, opere visibili ancora al tempo di Diodoro Siculo.

Due problemi si pongono essenzialmente al sèguito di queste narrazioni, ossia quello della cronologia e della provenienza del racconto di Dedalo in Sardegna (in altre parole: quando e dove nacque la saga?) e l'altro della possibilità di una lettura del mito in chiave storica (esiste un nucleo di accadimenti reali dietro la leggenda?).

Relativamente alla prima questione, non si può far altro che evidenziare ancora una volta la coerenza con la quale la figura di Dedalo è interpretata in Sicilia, nell'Italia meridionale ed in Sardegna: l'eroe è raffigurato infatti nella dimensione ormai essenziale di architetto, il che non può non far pensare ad una rielaborazione del mito avvenuta nelle medesime regioni. Con più precisione si potrebbe pensare ad una fonte siceliota (che attinge ad un'elaborazione maturata forse a cavallo tra il V ed il III sec. a.C.: NICOSIA), giacché ;almeno secondo la versione di Diodoro, che è del resto quella che meglio si accorda con la cronologia mitica; Dedalo sarebbe giunto in Sardegna al sèguito di Iolao, nipote di Eracle, ed è stata giustamente fatta notare a questo riguardo l'importanza che in ambiente dorico di Sicilia aveva il ciclo delle imprese di Eracle in Occidente.

Per ciò che concerne invece la possibilità di scorgere nella narrazione mitica l'eco smorzata di reali accadimenti storici, bisognerà notare che su un terreno così insidioso i diversi studiosi hanno potuto fare affidamento più sulle proprie deduzioni che su reali appigli offerti dalla documentazione scientifica. Il punto di maggiore interesse presente nel racconto tradizionale che collega Dedalo alla Sardegna è senza dubbio offerto dalla menzione di costruzioni che l'insigne artefice avrebbe realizzato nell'isola e che, secondo il suo nome, sarebbero state designate come Daidaleia. Considerato il fatto, già evidenziato, che Dedalo è personaggio attribuibile, secondo la cronologia del mito, all'inizio del XIII sec. a.C., e che sono ormai copiosi i materiali di provenienza micenea riportati alla luce nell'isola, si è ritenuto da taluni di poter interpretare la saga qui in esame nel senso di un influsso dell'architettura micenea su quella nuragica. In particolare, si è pensato ad una derivazione delle tholoi dei nuraghi da quelle dei sepolcri micenei, salvo notare le differenze nella funzionalità e nel tipo architettonico fra le due strutture, subaeree in un caso, ipogeiche nell'altro. Come ipotesi alternativa si è ritenuto di poter scorgere l'influsso miceneo nei pozzi sacri, in cui ritorna sia la funzionalità ipogeica dell'edificio, sia la particolare accuratezza costruttiva che si manifesta nella presenza di allineamenti isodomi dei blocchi. Occorre tuttavia rilevare che i templi a pozzo sardi di questo tipo sono cronologicamente più recenti delle strutture confrontate, mentre quelli più antichi pur essendo più vicini nel tempo alle tholoi micenee, se ne discostano architettonicamente per l'arcaicità della tecnica costruttiva.

In mancanza di prove che corroborino queste affascinanti ipotesi è tuttavia preferibile attenersi alle informazioni minime che si ricavano con certezza dal racconto di Dedalo La prima è che l'architettura nuragica dovette attirare da presto l'attenzione e l'ammirazione dei popoli del Mediterraneo, tanto che i Greci ne rivendicarono la paternità a Dedalo o, ciò che è lo stesso, al genio ellenico, il che poteva in una qualche misura legittimare in chiave mitica le aspirazioni di questo popolo al possesso dell'isola, peraltro mai conquistato. In questa stessa ottica, l'orientamento più equilibrato e prudente, lungi dal voler rinvenire a tutti i costi un corrispondente storico ad una vicenda mitica giunta ad elaborazione soltanto in tempi relativamente recenti, consiste forse nello scorgere nella saga dedalica, così come in altre vicende di eroi legati a vario titolo alla Sardegna, «un ricordo, per quanto confuso ed idealizzato, di reali contatti tra popoli di stirpi diverse nel bacino del Mediterraneo, nella seconda metà del II millennio a.C., con una contaminazione di elementi più recenti» (MASTINO).