I personaggi e i miti
  I primi colonizzatori furono i Libici, con a capo Sardo , figlio di Maceride. Questi non scacciò le popolazioni locali, che a loro volta accettarono i Libici più per timore che per affinità. I due gruppi etnici vivevano in capanne, perché incapaci di edificare città. Dopo i Libici giunsero i Beozi di Aristeo , figlio di Apollo e Cirene, salpato dalla Grecia per sfuggire al dolore causatogli dalla morte del figlio Atteone.

Diodoro Siculo ci conferma la versione di Pausania e segue la tradizione di Aristeo che, su consiglio della madre Cirene, si fermò in Sardegna e insegnò agli indigeni le tecniche dell'agricoltura; qui ebbe due figli, Charmo e Callicarpo. Lasciata la Sardegna si recò in Sicilia.

Secondo Pausania anche Aristeo non fondò città. Solino testimonia invece che Aristeo fu il fondatore di Caralis, secondo Pausania fondata, invece, dai Punici. Da fonte ignota il periegeta riferisce che Dedalo arrivò in Sardegna con Aristeo, ma lo stesso Pausania pone in dubbio questa notizia trovandola anacronistica. Dopo Aristeo arrivarono gli Iberici di Norace , figlio di Mercurio e Erizia, fondatore di Nora, la prima città dell'isola. Solino riferisce che gli Iberici provenivano da Tartesso.

Per Pausania il quarto gruppo ad arrivare fu quello dei Tespiesi e degli Ateniesi, condotti da Iolao, figlio di Ificle, nipote di Eracle ed eroe eponimo degli Iliensi. Pausania sottolinea il fatto che questo è il primo gruppo di coloni provenienti dalla Grecia. I Tespiesi fondarono Olbia e gli Ateniesi Ogryle, forse in memoria del loro sito continentale o in onore di un comandante della flotta di Iolao. Al tempo di Pausania vi erano ancora luoghi detti Iolaei e Iolao era celebrato come un dio (Solino parla di alia graeca oppida e del tempio edificato in onore di Iolao)

Questa notizia è importante se confrontata con le affermazioni di Aristotele, Diodoro Siculo, Solino e lo stesso Pausania: Iolao sarebbe morto in Sardegna e sul suo sepolcro sarebbe sorto un tempio dove si praticava il rito dell'incubazione per scacciare le visioni. Secondo Diodoro Siculo, Iolao "divise il territorio e chiamò dal suo nome quelle genti Iolaei; costruì ginnasi, templi in onore degli Dei e tutto quanto rende felice la vita degli uomini" (Diod. Sic. Bibl. Hist . V, 15) e fu Iolao, e non Aristeo, a chiamare il cretese Dedalo dalla Sicilia per far costruire le grandiose opere note come Dedalea, ancora conservate al tempo di Diodoro (I sec. a.C.).

Infine Iolao, dopo aver abbellito e resa fertile la Sardegna, tornò a Tebe, dove si trova il suo sepolcro. Una parte dei Greci restò in Sardegna, imbarbarendosi. La rigogliosità delle pianure sarde attirò ben presto altri popoli, tra i quali i Cartaginesi. Questi, dopo varie battaglie, costrinsero gli Iolei a rifugiarsi sulle montagne e, sebbene questi ultimi rinunciassero alle ricchezze della pianura, non persero mai quella libertà concessa loro da Apollo.

Secondo lo scoliasta a Dionigio Periegeta altri popoli greci fondarono colonie in Sardegna: Cadmei, Etoli e Locresi (questi ultimi due noti anche a Eustazio). L'ultima fase, riferita da Pausania, nella storia delle migrazioni orientali verso la Sardegna, avviene in seguito alla caduta di Troia: una parte dei fuggiaschi, guidati da Ulisse, a causa di una tempesta fu trasportata dai venti sulle coste sarde; i Troiani si mescolarono con i Greci presenti nell'isola e i due gruppi unirono le loro forze contro gli indigeni, in una sorta di tregua

Il territorio occupato dalle due fazioni era diviso dal fiume Torso, che nessuno osava guadare. Molto tempo dopo questi fatti, i Libici si portarono nuovamente sulle coste sarde, ma questa volta in forza e agguerriti. I Greci vennero annientati, mentre i Troiani si rifugiarono nelle montagne.

Pausania testimonia che "ancora ai miei tempi conservano il nome di Iliesi, per quanto somiglino agli Africani nell'aspetto, nell'armatura ed in ogni loro costume di vita"

(Paus. Perieg., Phocis X, 17,4). Silio Italico parla di esuli troiani in Sardegna, ma li pone dopo Sardo e prima di Iolao e Aristeo (S. Italico, Punica bella XII, 360-369).