La civiltà fenicio-punica costituisce una delle componenti essenziali della storia delle regioni che si affacciano sul Mediterraneo essendo stata il più importante tramite tra Oriente ed Occidente attraverso un'espansione commerciale e coloniale che si estendeva dalle sponde del Levante a quelle della Spagna.
Il mare costituì per i Fenici l'unica fonte di sostentamento, chiusi com'erano in una sottile striscia di terra prevalentemente montuosa che consentiva un limitato sfruttamento agricolo e rendeva difficili le comunicazioni. Inevitabilmente essi si servirono della navigazione costiera per allacciare contatti da un lato con l'Egitto e la costa africana del Mediterraneo e dall'altro con Cipro, la Palestina, la Siria settentrionale e l'Anatolia. Con l'evolversi delle vicende storiche e l'aumentare della pressione assira che rendeva impossibile un'autonomia politica ed economica in patria, i Fenici spostarono le loro attività dall'Oriente alle aree centro-occidentali del Mediterraneo, verso Cartagine, la Sicilia, la Sardegna e la Penisola Iberica che rispondevano pienamente alle loro esigenze mercantili caratterizzate dalla ricerca di materie prime, soprattutto metalliche, dalla commercializzazione di oggetti di lusso per lo più di produzione propria e dall'attività di intermediazione tra mercati tra loro lontani attraverso la diffusione delle merci. proprio la ricerca dei metalli, dunque, a spingere i Fenici verso la rotta transmediterranea che conduce allo sfruttamento delle risorse metallifere della Spagna e della Sardegna. Le materie prime acquisite in queste regioni vengono, così, in parte commercializzate allo stato grezzo sui mercati orientali ed in parte trasformate in prodotti artigianali di lusso (athyrmata) che costituiscono la base del commercio fenicio assieme ai numerosi prodotti esotici provenienti dall'Arabia (aromi e pietre preziose), dalla Mesopotamia (tappeti) e dall'Egitto (sigilli ed amuleti).

 

 

 
 

La tradizione mitica relativa alla Sardegna proviene interamente da fonti tarde latine e greche. L'inserimento di una sezione dedicata alla civiltà fenicio punica in questo àmbito appare tuttavia giustificato dal fatto che secondo alcuni studiosi "i primi protagonisti della colonizzazione mitica portano tutti con sé elementi di indubbia localizzazione occidentale e marina" e che "più precisamente sembra presente in molte menzioni una collocazione anellenica all'origine, identificabile come fenicia" (BONDI'). Il nucleo mitico più antico, infatti, sembra essere quello che comprende le vicende di Sardo , di Norace e degli Iberi nelle quali si adombra il ricordo di episodi legati alla colonizzazione fenicia in Occidente (Spagna, Nord Africa e Sardegna) che potrebbero aver fatto parte di una tradizione mitologica fenicia di cui noi non siamo in possesso ma di cui la mitografia greca riproporrebbe un'elaborazione. Del resto, anche il fatto che Pausania ricordi Maceride e non Ercole considerata l'ormai concordemente accettata assimilazione del libico Maceride, padre di Sardo, con il greco Eracle (zio di Iolao e padre dei Tespiadi ) può essere visto come un indizio dell'origine africana di questo ramo della tradizione (MASTINO). Stessa assimilazione tra elementi classici e fenicio-punici è riscontrabile nell'identità tra Iolao e Sardo , dio locale assimilato a Sid , come si esplicherà meglio nella sezione dedicata al tempio di Antas.
Del resto, ogni discorso che partendo dalla tradizione mitografica voglia considerare l'ipotesi delle modalità della presenza greca in Sardegna, coinvolge necessariamente il tema della presenza fenicio-punica nell'isola, giacché finora le tracce di una frequentazione ellenica si riducono essenzialmente a materiali ceramici di cui i Fenici prima ed i Punici poi furono i più importanti vettori.

 

 

 
 

I rapporti commerciali tra Fenici ed Occidente appaiono fin dagli inizi legati al mondo greco. Sebbene, infatti, risultino ancora inattendibili le notizie delle fonti classiche che attribuivano la fondazione degli insediamenti fenici nell'area centro-occidentale alla fine del XII secolo, le ricerche archeologiche hanno ormai appurato che nel periodo compreso tra l'XI secolo e la prima metà dell'VIII durante quella fase che può essere definita "precoloniale" le attestazioni fenicie si accompagnano a reperti di ambito miceneo e che le stesse rotte commerciali ricalcano quelle precedentemente aperte dai Micenei. La frequentazione sporadica delle coste sarde, pur non implicando la creazione di insediamenti urbani, consente l'introduzione di elementi ed influenze culturali fenici che in parte contribuiscono all'evoluzione delle civiltà locali attraverso reciproche interazioni ed interferenze.
Due statuette di bronzo provenienti da contesti di culto attestano questo tipo di rapporti. La prima, proveniente dal tempio a pozzo di S. Cristina di Paulilatino, rappresenta un personaggio seduto, con le mani giunte portate in avanti, una stola al collo ed un copricapo; lo stile con cui è resa, filiforme e sommario, permette di raffrontarla con altre provenienti da area libanese.
La seconda, anch'essa di ispirazione libanese, proviene dal nuraghe Flumenelongu di Alghero e rappresenta un personaggio con alto copricapo, mano destra sollevata in segno di saluto o benedizione e mano sinistra impugnante un oggetto ormai scomparso.
Anche alcuni reperti epigrafici testimoniano una frequentazione, seppur sporadica, delle coste sarde da parte dei Fenici in un periodo precedente l'VIII sec. a.C. Il più famoso è senza dubbio la stele di Nora, datata fra la fine del IX e la metà dell'VIII secolo, il cui testo è ancora di incerta interpretazione ma che sembrerebbe documentare l'avvenuta pace tra Sardi e Fenici dopo un conflitto per il possesso di una zona mineraria, al tempo del re fenicio di Cipro Pummay (CROSS). Sempre da Nora proviene un frammento d'epigrafe databile all'XI secolo che è considerato il più antico documento epigrafico fenicio finora scoperto in Sardegna.

 

 

 
 

Col volgere dell'VIII secolo a.C. l'Assiria priva le città fenicie dell'indipendenza politica e commerciale causando un consistente movimento di popolazione che, lasciando i centri della costa, cerca, sulla scia delle attività commerciali già avviate in Occidente, condizioni di vita migliori di quelle offerte dalla madrepatria.
Il movimento coloniale fenicio si caratterizza per la presa di possesso di territori costieri strategicamente rilevanti, su isolette nei pressi della costa o su promontori, che consentissero l'acquisizione delle materie prime dal retroterra (soprattutto minerali) e la loro commercializzazione, assicurandosi anche la possibilità di accedere sia alle vie di penetrazione verso le zone minerarie che all'immediato retroterra dove avvenivano i contatti con le popolazioni locali, quasi sempre in maniera pacifica, secondo l'ottica della comune convenienza .
La Sardegna risulta l'area del Mediterraneo centro-occidentale maggiormente interessata dalla creazione di scali permanenti fenici che si evolveranno successivamente in centri urbani. Le testimonianze più antiche di questi stanziamenti si hanno a Sulci, l'odierna S. Antioco, nel cui tophet è stato trovato un vaso fenicio la cui deposizione, come indica la stratigrafia, è avvenuta precedentemente a quella di un'olla stamnoide di fabbrica pitecusana risalente al 710 a.C. circa rinvenuta nel medesimo sito. Per gli altri centri che in seguito si trasformeranno in vere e proprie città non si hanno dati certi che testimonino una presenza stabile di coloni prima del VII secolo a.C.; tuttavia, alcune testimonianze indirette come il ritrovamento di materiale orientale in contesti indigeni si pongono come indizi abbastanza consistenti da far supporre l'esistenza, nella seconda metà dell'VIII secolo, di una serie di centri fenici nelle coste meridionali della Sardegna attraverso i quali questi oggetti pervenivano alla popolazione locale. Ne sono esempio i torcieri bronzei (in alcuni casi incensieri) di tipo cipriota, databili tra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo a.C., ritrovati nel complesso nuragico di S'Uraki a San Vero Milis, nel ripostiglio di Tadasuni e a Santa Vittoria di Serri; i calderoni bronzei di tipo cipriota, databili alla fine dell'VIII secolo a.C., dal santuario di Sant'Anastasia di Sardara, ritrovati assieme a dei pani di piombo recanti segni ponderali orientali, simili ad altri provenienti da Forraxi Nioi e da Monastir. Influenze cipriote nell'artigianato locale sono evidenti, poi, in un tripode bronzeo proveniente dal santuario della grotta Pirosu di Su Benatzu a Santadi.
La presenza di numerosi materiali greci di età tardogeometrica di produzione euboica, protocorinzia e pithecusana nei centri fenici ed indigeni sembrerebbe suffragare l'ipotesi di chi sostiene, almeno per questo periodo, una compresenza in Sardegna di elementi Fenici e Greci, con una netta preponderanza dei primi ma con l'esistenza di almeno alcuni emporia dei secondi.
A questo proposito si è voluta trovare una testimonianza della massiccia presenza greca in Sardegna nell'VIII-VII secolo a.C. nelle fonti mitografiche elleniche riguardanti l'isola nelle quali sarebbe possibile individuare un nucleo ascrivibile al periodo della colonizzazione euboica in Occidente cui riferire anche le figure mitiche ad essa legate (quali, ad esempio,
Iolao e i Tespiadi), supportati anche dall'analisi linguistica del nome Ichnussa da connettere, come una numerosa serie di toponimi con suffisso -oussa , con l'elemento euboico (PULCI-DORIA).
Non manca, tuttavia, chi si oppone all'ipotesi di un'effettiva presenza massiccia di genti greche in Sardegna considerando fuori luogo ascrivere ad un ambiente che non sia quello attico del V sec. a.C. la sistemazione e lo sviluppo, almeno parziali, della saga mitica greca sulla Sardegna (BONDI').

 

 

 I centri fenici ed il commercio fino alla metà del VI sec. a.C.
 
 

La documentazione archeologica ci testimonia l'esistenza, nel VII sec. a.C., di una serie di centri fenici già stabilmente impiantati in Sardegna dai quali proviene una vasta e notevolmente variata quantità di materiali archeologici che esplica la complessità dei rapporti commerciali nel Mediterraneo prima della fine del VI sec. a.C.
Si cercherà qui di sèguito di dare un'idea, seppur sommaria, di quali tipi di oggetti ceramici pervenissero nelle città fenicie di Sardegna attraverso un rapido esame dei reperti provenienti dai centri maggiori.
Nora (Pula).
Nonostante il ritrovamento di due epigrafi che sembrerebbero indicare una frequentazione fenicia di questa città in epoca precedente, i materiali ceramici più antichi rinvenuti nella terraferma sono risalenti alla fine del VII- inizi VI sec. a.C. e sono pertinenti ad una necropoli ad incinerazione; tra essi è da notare un frammento di alabastron etrusco-corinzio a decorazione lineare. Anfore fenicie, poi, giungono dai fondali antistanti, risalenti sia al VII che al VI sec a.C.
Sulci (Sant'Antioco).
Il tophet, datato, grazie alla presenza di un'olla pithecusana, almeno all'VIII sec a.C. indica che in questo periodo il sito aveva già una dimensione urbana. Il centro del VII e del VI sec. a.C., tuttavia, non è stato ancora individuato sebbene una serie di materiali sporadici databili a questo periodo ci indichino la continuità di frequentazione. Dall'abitato provengono buccheri con forme del VII secolo a.C., un'anforetta imitante modelli greco orientali e scarsi frammenti etrusco-corinzi.
Othoca (Santa Giusta).
La presenza di tombe con materiali arcaici e di relitti sulle coste antistanti con anfore commerciali fenicie conferma l'ipotesi dell'esistenza di un centro fenicio nella zona. Dalla necropoli provengono oggetti fenici come brocche con orlo a fungo, con orlo trilobato e piatti, ma anche greci (coppe ioniche) ed etruschi (bucchero e ceramica etrusco corinzia).
Tharros (Cabras).
Inizialmente sorgeva su due nuclei separati di cui il più antico era quello stanziato presso Capo San Marco cui è da riferirsi la necropoli meridionale a camere ipogeiche e con poche tombe a fossa da cui provengono materiali della fine del VII secolo a.C. Un secondo nucleo è da identificarsi presso San Giovanni di Sinis sulla base dell'esistenza in questo punto di una necropoli ad incinerazione con corredi di fine VII-inizi VI secolo a.C. Esiste, poi, un unico tophet che non è possibile attribuire con certezza a nessuno dei due centri. Per quanto concerne i materiali provenienti da queste aree, al VII secolo a.C. sono da attribuire alcuni buccheri e ceramica etrusco corinzia e corinzia, mentre, relativamente al VI secolo a.C., si avverte l'intensificarsi della presenza di oggetti etruschi tra cui kantharoi , kylikes e oinochoai in bucchero che vengono ad affiancarsi alla ceramica etrusco-corinzia; tra i pezzi greci è da segnalare una coppa di ispirazione greco-orientale.
Karales (Cagliari).
Gli scavi archeologici effettuati nei pressi dello stagno di Santa Gilla hanno permesso di identificare le tracce di un insediamento fenicio risalente almeno alla seconda metà del VII secolo a.C. Il tophet , invece, ed anche la necropoli del colle di Tuvixeddu, costituita da tombe a camera ipogeica, sono da riferirsi ad epoca punica. Dalla necropoli proviene un solo frammento di coppa etrusco-corinzia mentre ritrovamenti sporadici hanno restituito numerosi buccheri ed altri reperti etrusco-corinzi.
Bithia (Torre di Chia)
Di questo centro si conosce la vasta necropoli fenicia arcaica con tombe a incinerazione che si può far risalire alla seconda metà del VII secolo a.C. Le tombe hanno restituito buccheri del VII sec. a.C. tra cui kylikes e oinochoai di probabile provenienza ceretana, ma anche vasi etrusco-corinzi del VI, quali aryballoi , alabastra e coppe su piede.
Si può notare, da questa troppo breve sintesi, la costante presenza negli insediamenti di oggetti etruschi e, in misura minore, greci, che si accompagnano ai materiali fenici. ed è proprio ai Fenici che da alcuni si attribuisce la gestione diretta dei rapporti commerciali relativi la Sardegna e l'Etruria mediante l'acquisto, nei santuari extraurbani etruschi, sia i materiali di produzione locale (bucchero e ceramica etrusco-corinzia) sia altri oggetti provenienti da diverse zone del Mediterraneo, primi fra tutti quelli greci . In questo modo si spiegherebbe l'assenza, decisamente insolita, in Sardegna di quelle anfore etrusche per il trasporto del vino che oltre ad essere la più importante merce di scambio per l'Etruria, era il classico elemento d'accompagno dei vasi da mensa, presenti invece nell'isola (TRONCHETTI). Da altri, invece, l'assenza di anfore vinarie è interpretata come una lacuna da ascriversi alla sommarietà con cui venivano effettuati i vecchi scavi che potrebbe averne causato la perdita. Superato questo ostacolo sembrerebbe possibile ipotizzare un rapporto diretto tra le città fenicie ed i centri dell'Etruria meridionale (UGAS, ZUCCA).
Oltre a questi centri che divennero vere e proprie città, dovevano esistere numerosi insediamenti fenici costieri già dal VII secolo a.C., come dimostrano i ritrovamenti archeologici e le fonti letterarie.
Tra questi è da citare Cornus (S. Caterina di Pittinnuri), Bosa (sulla base di un'iscrizione ora perduta), Cuccureddus (Villasimius), Turris Libysonis (per quanto soltanto un oggetto di questo sito sia da riportare a periodo arcaico) e Sarcapos (presso la foce del Flumendosa).
Alcuni dei più grossi centri, dopo il loro consolidamento, sentirono l'esigenza di estendersi nel retroterra, specialmente in quei punti strategici da cui si poteva controllare l'accesso alle materie prime ed alle vie di comunicazione. E' questo il caso di Sulci che, probabilmente verso la metà del VII secolo a.C. fondò una sua colonia a Monte Sirai, presso Carbonia, dal carattere essenzialmente militare, che consentisse di difendere la piana antistante Sulci e la via di accesso alle miniere dell'Iglesiente. Ad essa è da associare lo stanziamento di Pani Loriga (Santadi) che controllava la zona più a meridione.
E' proprio l'esistenza di questi stanziamenti militari, assieme alle numerose linee di fortificazione interne quali S. Antini di Genoni e S. Simeone di Bonorva, a darci l'indizio che non sempre i rapporti tra Sardi e Fenici dovettero essere di pacifica convivenza quando si trattava di difendere interessi comuni, sebbene in linea di massima sia dimostrabile tra i due popoli un atteggiamento non bellicoso che porta talvolta a casi di integrazione culturale, come sembrerebbe indicare il bronzetto ritrovato nel sacello del mastio della fortezza di Monte Sirai raffigurante un offerente che liba con una brocca askoide di fattura locale.

 

 

 
 

Nella metà del VI sec. a.C. Cartagine ha ormai esteso e consolidato la sua potenza su tutto il Nord Africa e, divenuta ormai la capitale di un grande Stato territoriale, cerca di estendere il suo dominio su tutto il Mediterraneo.
n quest'ottica di espansione imperialistica che vanno visti gli interventi militari della metropoli punica nel Mediterraneo centrale, a partire dalla battaglia di Alalia, in Corsica, combattuta intorno al 540/535 a.C. in alleanza con gli Etruschi contro i Greci di Focea che da questa base, attraverso l'esercizio della pirateria, tentavano di monopolizzare i commerci nel Mediterraneo Occidentale dopo aver già fondato colonie in Iberia.
L'azione di Cartagine in Sardegna si realizza con una serie di successivi interventi militari che portano, attorno al 525, alla definitiva vittoria dei punici: il primo trattato tra Roma e Cartagine stipulato nel 509/508 a.C sancisce l'ormai raggiunta egemonia cartaginese sull'Isola.
Ma contro chi dovettero combattere i Cartaginesi e quali cause determinarono la necessità di un loro intervento in Sardegna? Da un lato la motivazione è stata ricercata in un possibile atteggiamento antifenicio di quelle comunità nuragiche che, rifiutando violentemente anche una parziale integrazione col mondo fenicio (sostenuti in questo da elementi greco-orientali), spinsero Cartagine ad agire in difesa delle colonie dell'Isola (BARRECA, LILLIU); dall'altro si è voluta vedere nella nascente insofferenza delle città fenicie di Sardegna verso la politica espansionistica di Cartagine la necessità di un suo intervento militare ed in questo caso è probabile che i gruppi indigeni si trovassero affianco dei Fenici contro la nuova potenza colonizzatrice. A favore di quest'ultima ipotesi sembrano essere i dati archeologici che testimoniano, per talune città fenicie, un periodo di crisi attorno alla metà del VI sec. a.C. manifestatosi con l'abbandono di alcune zone (come si riscontra a Bithia) o con la distruzione a seguito di un assalto (come a Monte Sirai o a Villasimius, dove il nemico può essere giunto solo dal mare). Questa situazione di crisi è confermata anche dall'improvviso decrescere delle importazioni ceramiche nel periodo di tempo compreso tra il 540 ed il 520/510 a.C. cui si associa un cambiamento del tipo di oggetti che affluiscono nell'isola. Da un corretto riesame dei materiali ceramici d'importazione ritrovati nell'isola, infatti, non risultano pervenuti in Sardegna materiali di produzione etrusca o greco-orientale dopo il 540 a.C., periodo nel quale, invece, sono particolarmente consistenti le importazioni di vasi attici attestanti la presenza di Cartagine che, dalla fine del V sec. a.C., intrattiene un rapporto privilegiato con Atene subendo un processo di ellenizzazione sia in àmbito culturale che sociale (TRONCHETTI).
Sebbene non risulti ancora chiaro quali siano stati i vettori della ceramica attica in Sardegna, è dato inconfutabile che nel V sec. a.C. Atene seguisse una politica fortemente espansionistica alla quale alcuni hanno voluto attribuire la rielaborazione dei miti in chiave propagandistica in modo tale da creare precedenti e giustificazioni storiche alle sue mire, come si può riscontrare in Pausania che indica i componenti della spedizione di
Iolao come un esercito di Tespiesi e di genti dell'Attica" ed attribuisce ad Ateniesi la fondazione di Ogryle (NICOSIA).
Tutti gli elementi in nostro possesso, comunque, confermano che la Sardegna, alla fine del VI sec. a.C., è ormai sotto il controllo cartaginese e che ad esso siano da attribuire le radicali modificazioni e le numerose innovazioni registrate nell'isola a partire da questo periodo.